di Antonio Galietta Organizzazione, pazienza e tante energie da spendere. Sono queste le caratteristiche necessarie per affrontare un festival di tre giorni nel modo migliore. Il Pinkpop Festival si tiene a Landgraaf, nel sud dell’Olanda a pochi chilometri sia dal confine belga che da quello tedesco, in un vasto parco chiamato Megaland. I concerti si tengono su tre palchi, di cui due nei punti opposti del parco, per questo bisogna attentamente decidere chi vedere e rispettare la scaletta, pena il caos totale. Per me (Antonio) era il secondo anno, avendo già partecipato alla scorsa edizione, quindi sapevo come muovermi.
La nostra banda di appassionati è composta da 5 elementi, pronti alla sfida. Dopo aver affittato l’auto ad Eindhoven ed aver montato la tenda nel camping più vicino all’area concerti, ci avviamo verso i cancelli. Primo show del nostro festival, sul palco principale, i Kyuss Lives!, nuovo nome della band californiana Kyuss attiva nella prima metà degli anni ’90, ritornati insieme due anni fa per una serie di date dal vivo, ma con l’assenza di Josh Homme. La mancanza di Homme alla chitarra si percepisce, ma John Garcia al cantato riesce comunque a divertire (voto – Antonio: 6 ½ – Gianmarco: 7).
Il bel tempo è dalla nostra, il sole picchia, è ora di una pausa refrigerante prima dei prossimi live. Mentre giriamo per il parco in lontananza inizia il suo spettacolo Anouk, cantante olandese salita alla ribalta europea nel 1997 con il suo esordio “Nobody’s Wife”, ma i suoi ultimi lavori non sono riusciti a varcare i confini della madrepatria, anche perché abbastanza scadenti. Dimenticatevi della cattiva Anouk degli esordi, ora è una cantante blues, soul tendente al pop, insomma altamente trascurabile (voto – Antonio: 4 – Gianmarco: 3).
Dopo una capatina sul secondo palco per ascoltare i sempre simpatici Ting Tings (voto – Antonio: 6 – Gianmarco: 6), penalizzati da un secondo album francamente debole, ma con delle canzoni adatte al live ed al divertimento, ci avviamo verso l’esibizione dell’headliner della serata, The Cure. Alle 20.45 partono in perfetto orario con una scaletta che ripercorre tutta la loro carriera, da “Lullaby” a “Friday I’m in Love”, da “Just Like Heaven” a “A Forest”, oltre due ore e mezza di concerto per quasi trenta canzoni! Un Robert Smith un po’ appesantito ha ammaliato con la sua voce il pubblico composto soprattutto da adulti. (voto – Antonio: 7 – Gianmarco: 7 ½).
Il secondo giorno è il più difficile, la schiena inizia a dolere, ma con fame di musica live ci avviamo verso il secondo palco per assistere al concerto dei Mastodon, band metal di Atlanta composta da quattro elementi, considerata dalla critica il miglior gruppo metal della loro generazione. Nonostante i volumi altissimi rimaniamo sotto il palco, perché lo spettacolo merita e i Mastodon ci regalano un’oretta di ottima musica (voto – Antonio: 7 – Gianmarco: 7 ½).
Tuttavia l’obiettivo della nostra giornata è il live dei Soundgarden così ci dirigiamo verso il palco principale ed entriamo nella zona antistante al palco per godere appieno della voce di Chris Cornell. Il gruppo porta sul palco una setlist che comprende i maggiori successi del gruppo prima dello scioglimento: “Spoonman”, “Rasty Cage”, “Outshined” “Black Hole Sun” (con piccolo inconveniente tecnico, vero Kim Thayil?), per arrivare al recente brano “Live to Rise”, colonna sonora di The Avengers. La voce di Cornell è potente, precisa, calda. (voto – Antonio: 7 ½ – Gianmarco: 8).
Appena i Soundgarden abbandonano il palco vi è un cambio generazionale nelle prime file, un passo indietro gli amanti del grunge, avanti i ragazzi per il successivo concerto dei Linkin Park. Onestamente all’inizio eravamo scettici, la deriva pop di alcuni degli ultimi brani del gruppo ci aveva fatto storcere un po’ il naso. Fortunatamente live il gruppo si presenta molto più rock ed aggressivo, con il fenomenale cantato/urlato di Chester Bennington ed il rap di Mike Shinoda. Sarà un caso che quasi tutte le canzoni eseguite sono tratte dai primi due album “Hybrid Theory” e “Meteora”? Crediamo di no. (voto – Antonio: 7 – Gianmarco: 7 ½).
Inizio di terzo giorno carichissimo. Alle 12.00 sotto un gran sole, siamo già pronti per l’esibizione dei Rival Sons, band californiana blues rock e hard rock. Look e sonorità sono tanto anni ’70 e il cantante Jay Buchanan mette in mostra una gran bella voce. I ragazzi musicalmente non hanno inventato nulla, ma ci regalano quaranta minuti di grande musica! (voto – Antonio: 8 – Gianmarco assente giustificato).
Torniamo al campeggio smontiamo la tenda, la portiamo in auto e siamo subito di ritorno nell’area concerti per il live dei The Hives, band garage rock svedese. La band si presenta sul palco in smoking e immediatamente inizia a far saltare e cantare il pubblico, grazie anche alle capacità di intrattenitore del cantante. (voto – Antonio: 6 ½ – Gianmarco : assente giustificato).
Il parco, intanto, si sta riempiendo a dismisura per lo spettacolo serale di Bruce Springsteen, ma prima è la volta dei Mumford & Sons e del loro folk a tutto banjo. La forza del gruppo in uno spazio così vasto viene un po’ indebolita, la loro musica intimista è perfetta per un locale al chiuso, questo però nulla toglie alla bravura del gruppo (voto – Antonio: 6 ½ – Gianmarco: 6 ½).
Il parco ormai è tutto esaurito quando salgono sul palco Bruce Springsteen e la E-Street Band. Lo spettacolo che metteranno in scena nelle successive due ore è difficilmente spiegabile a parole. Le canzoni folk divertono e riscaldono il cuore e quando Bruce lascia da parte la chitarra inizia anche l’intrattenimento, con discorsi, un siparietto con un bimbo, un ballo con una fan scatenata, il crowd surfing sul pubblico. Della E-Street Band è superfluo spendere parole, una delle migliori backing band della storia della musica. Insomma, due ore di grande spettacolo (voto – Antonio: 9 – Gianmarco: 9).
E qui termina anche il nostro festival ed il nostro viaggio. Ringraziamo i nostri compagni di viaggio, carichi per ripetere l’esperienza in un festival in Italia o all’estero, stay tuned…
















