Dall’obolo della vedova all’art. 53 della Costituzione italiana

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di Alessandro Liverini  Al tempo in cui s’intrecciano le spirali cupe della crisi economica globale e della sfiducia generalizzata verso le istituzioni politiche, non mi pare cosa peregrina volgere lo sguardo ai valori universali che hanno attraversato le ere dell’uomo, dalla civiltà cristiana a quella costituzionale, per trarne segmenti e note utili ad immaginare la società giusta del presente e del futuro.

Sia nel vangelo di Marco che in quello di Luca è narrato l’episodio dell’obolo della vedova. Marco dice: «E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”».

Tutto il pensiero cristiano pre-rinascimentale che dedica attenzione al tema della ricchezza e, più precisamente, alla dicotomia superfluo-necessario, è declinato sul terreno dell’etica religiosa della salvezza delle anime. Ne è nitida sintesi la celebre frase che Matteo imputa a Gesù: «È più facile che un cammello passi nella cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» o il motto del teologo  Pietro Lombardo: «Qui ultra tendit malum invenit» (colui il quale non si accontenta del minimo indispensabile a vivere, va incontro al male).

Certo che la storia muove verso un orizzonte diverso. Si afferma la classe mercantile. Ci si convince che anche la vita terrena merita attenzione. Il superfluo non è più segnato dallo stigma del peccato, ma diventa, per alcuni, la ragione stessa dell’agire. Lecito è aspirare alla ricchezza.

Sebbene l’evoluzione rinascimentale abbia contribuito al mutamento radicale del senso comune, alla dissoluzione, cioè, dell’ascetismo come modello cui orientare i passi del quotidiano, residua, nelle sensibilità culturali su cui si fonda l’elaborazione delle teorie e delle pratiche del governo, la dicotomia superfluo-necessario. Si transita dalla dimensione teologica e privatistica a quella giuridica e pubblicistica.

Qui ha inizio la teorizzazione e la sperimentazione dei primi sistemi di tassazione. Qui ha inizio l’era moderna, ove s’affacciano gli ordinamenti statali moderni. Per brevità è possibile richiamare, sotto il profilo teorico, l’idea di Jean Bodin, il quale riteneva opportuno tassare i generi di lusso e non quelli di prima necessità, sotto il profilo pratico, l’imposta, introdotta nel 1443 a Firenze da Lorenzo De Medici, chiamata “decima scalata” o “graziosa” (funzionale a finanziare le spese correnti della città). Si tratta, in vero, di una imposta sul reddito fondiario a carattere progressivo.

Firenze, allora, si pone come antesignana del criterio redistributivo. Ce lo testimonia il Guicciardini, il quale, partendo dalla tripartizione tra spese necessarie, di comodità, superlue, afferma che con un’imposta progressiva si andrebbero ad intaccare le spese superflue dei ricchi non toccando quelle necessarie dei meno abbienti. In altri termini, parte della ricchezza detenuta dai ricchi viene spostata, d’autorità, verso le classi meno fortunate. Come sappiamo, gli stati europei coevi alla repubblica toscana e quelli immediatamente successivi non ebbero il coraggio di raccogliere questa straordinaria eredità.

Sebbene il primo esempio storico di progressività in campo fiscale è stato quello del prelievo fondiario istituito ad Atene da Solone, è proprio nel rinascimento che il relativo dibattito assume proporzioni rilevanti, fino a divenire incandescente nell’ottocento. È solo con l’introduzione della relazione funzionale tra utilità e reddito (Bentham, Stuart Mill) che la teoria della progressività acquista un carattere compiuto. Si fissa il seguente principio: «Uguaglianza significa uguaglianza di sacrificio, e che tutti i cittadini devono sopportare lo stesso “peso” dall’imposta; in questo modo si realizzerà il minimo sacrificio complessivo».

Era inevitabile che il dibattito sulla progressività dell’imposizione fosse trascinato anche in seno all’Assemblea Costituente. Il risultato è compendiato nell’articolo 53 della Costituzione, nel quale così si legge: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

Il secondo comma della norma appena richiamata fa menzione del criterio della progressività. Sebbene la Corte Costituzionale abbia più volte ribatito che non si tratta di norma immediatamente precettiva (cioè non si potrà dichiarare incostituzionale una norma tributaria che non presenti il carattere della progressività), ma di una norma avente valore programmatico, credo sia necessario riportarla al centro del dibattito politico.

 

Recare al sistema tributario, nel suo complesso, un carattere più spiccatamente progressivo potrebbe, a mio modesto avviso, contribuire a dare slancio maggiore all’economia e, dunque, potrebbe contribuire ad uscire dalla recessione economica in cui le politiche neoliberiste ci hanno fatto piombare.

 

Mi spiego con un esempio. Se un contribuente avente un reddito medio annuo di 20 mila euro viene costretto a versare allo stato 5 mila euro (cioè il 25 %) e ad un contribuente avente un reddito medio annuo di 200 mila euro, invece, sottrai 50 mila euro (sempre cioè il 25 %), che risultato hai ottenuto? Il primo sarà costretto a rinunciare ad acquisti necessari alla sussistenza quotidiana, a “tirare la cinghia” per usare un’espressione tutt’ora in voga, il secondo solo a rinunciare all’ennesima vacanza ai tropici! Se non fosse che è la maggior parte della popolazione che si trova, più o meno, nella prima condizione, non sarebbe poi così sbagliato. Il problema è che se sono costretti a “tirare la cinghia” il 60% dei cittadini, anche la massa dei consumi si contrae, con il crollo conseguente della produzione.

 

Che fare?

 

Si può benissimo iniziare con l’aumento dell’aliquota per redditi sopra una determinata soglia (ad esmpio sopra i 100 mila euro), cui corrisponda un aumento della valore minimo della “no tax area”.

Si può poi continuare con l’introduzione del criterio di tassazione utilizzato per le imposte sulle persone fisiche (aliquote e scaglioni e deduzioni) anche per le rendite finanziarie. Perché un risparmiatore che possiede azioni per un valore di 10 mila euro deve pagare la stessa aliquota di uno speculatore che ne possiede (forse per conto di sodalizi criminali) per un valore di 10 milioni di euro?

 

Non si chiede al governo Monti di attuare il programma politico di Savonarola o di Tommaso Campanella, ma perlomeno di rispolverare l’ormai obsoleto testo costituzionale, intepretandolo alla luce del messaggio che Gesù, molto acutamente, ci volle trasmettere.

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